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Kythnos

Sulla mappa la sua forma sembra quella di una saetta di Zeus. E forse lo è, luminosa, folgorante nella sua asprezza, quasi ostica nell’abbagliante luce meridiana, per farsi poeticamente struggente sul finire del giorno, quando le distese desolate, gli altipiani scabri e le vallate riarse si tingono del giallo oro di Demetra. Il crepuscolo la rende infine rarefatta, metafisica, come solo sanno essere le Cicladi, quando le alture diventano fondali cremisi e l’Egeo dilaga argenteo tra le insenature. Metallifera come la vicina Serifos, senza mai però raggiungerne le violente fattezze, ammalia e respinge allo stesso tempo. E’ come se, a un primo sguardo, le mancasse sempre qualcosa, come se non riuscisse a raggiungere in nessun punto la perfetta armonia. La sua anima è nascosta, bisogna cercarla oltre le brulle apparenze, nel reticolo arcaico di muretti a secco, nella rara ombra dei cipressi che tratteggiano i sagrati delle cappelle o delle tamerici aggrappate alla sabbia. Lo spirito dei suoi abitanti è rustico, contadino, gentile ma riservato, di chi si ritrae timidamente, forse per preservarsi. Occorre distogliere lo sguardo dalle troppe gabbie di cemento e dai gruppi di villette che sviliscono le colline e importunano le spiagge, rifugiandosi sul picco remoto dove svetta il forte veneziano di Oria o tra le geometrie antiche della Chora e di Dryopida, rannicchiate tra le valli sin dal tempo dei pirati ottomani. Il loro candido reticolo si svela all’improvviso, non da fuori, bensì quando già si è dentro, come perle che brillano segrete nel loro guscio. Lungo le scogliere ancora intatte, le acque cristalline verdeggiano tra i riflessi degli scisti, sull’orlo di un porto nascosto una taverna dispiega nella sera le sue sedie impagliate e la sua fila di luci, mentre un solitario eremo di calce contempla dall’alto l’ingresso della baia.

Taccuino

Ai Yiannis Eleimonas

Si cammina lungo un sentiero che taglia la scogliera tra fiori di cardo e macchie di timo. Attraverso una esile passerella di cemento gettato tra gli scogli si risale su un isolotto tra scisti scuri e contorti, che il sole già basso rende traslucidi in mezzo alla brughiera dorata di erba secca. Il vento costringe a traiettorie oblique mentre ci si avvicina a questo solitario santuario di mare consacrato a San Giovanni. Una chiesa e due vicine cappelle, una delle quali così minuta da sembrare un altare pagano eretto a Poseidone. Il loro bianco assoluto si staglia sul fondale indaco dell’Egeo, che vira quasi al violetto. E’ forse questo il mare color del vino raccontato da Omero. Dentro la chiesa ecco l’iconostasi rustica e silenziosa, a fiano un San Giorgio in azzurro e una tenda ricamata che lascia intravedere sfumature di blu. E’ un’apoteosi di semplicità che sospende per un attimo il tempo e i pensieri.

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Castello di Oria

Per giungerci mi sono dovuto affidare un po’ all’orientamento, perché la strada nella mappa a un certo punto si interrompe. Lo sterrato infatti è sbarrato da un cancello accanto a un ricovero di pastori. Per un attimo ho pensato di aver sbagliato, faccio per tornare indietro, ma qualcosa mi dice di continuare. La mia testardaggine mi fa scavalcare il muro a secco di confine. Mi addentro in una landa stupendamente desolata, impervia, tra massicci imponenti, cardi (pungenti) e arbusti. Tutt’intorno non c’è anima viva. Poi magicamente su una pietra compaiono dei segnali, prima una semplice freccia bianca e in seguito una croce. Ritrovo un fragile sentiero che come un filo si inerpica su un fianco della montagna nella parte più scoscesa a nord ovest dell’isola. Fino a scorgere, aggrappati a una rupe, i ruderi della roccaforte veneziana di Oria, edificata sui resti della capitale medievale di Kythnos. Il portale di pietra alla base reca tre croci bianche ed e’ sbarrato da un gregge di pecore. Se non fosse per i loro sonagli il silenzio sarebbe assoluto. Sembra di tornare al tempo di Pausania. Sulla destra una balconata naturale di pietra si sporge su un precipizio immenso che apre lo sguardo verso Kea, mentre in lontananza il mare si tinge di un blu ceruleo nella luce del tramonto. Laggiù, centinaia di metri sotto, una caletta intonsa, irraggiungibile. Al mio avvicinarsi il gregge si sparpaglia tra le rocce, mi faccio strada e guadagno la sommità, sbucando sul proporzionato sagrato di una cappella che un tempo accoglieva forse viandanti e pellegrini. E oltre, le mura dirute invase dalla macchia mediterranea, rosseggianti nel sole calante. Un luogo antico, remoto, quasi dimenticato. Riprendo la via del ritorno quando il sole sta per dissolversi nell’Egeo e le ombre viola avanzano ammantando le vallate e i pinnacoli con il drappo leggero della sera. â€‹

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Casa

La sua terrazza si sporge sull'insenatura come una promessa. Da qui, un sentiero scende verso una caletta solitaria sulla costa di nord-est, nascosta sotto una cappella immacolata. Nel vento di Meltemi l’Egeo schiuma ai bordi delle scogliere e si diffonde ovunque il profumo di timo selvatico, mentre il crepuscolo avanza, brilla Venere sui profili bruni delle montagne, la luna di giugno sorge leggera e ogni roccia emana la luce mistica delle Cicladi.

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Villa Fani, Kythnos

Appunti e soste

​Svegliarsi presto e scendere verso la caletta sotto casa, bagnata dal primo sole del giorno, praticare yoga e immergersi nelle acque cristalline, fresche e intatte, per poi risalire e fare colazione davanti all'Egeo.

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All'ombra delle tamerici di Paralia Potamia e di Paralia Antonides, solo vento e cicale.

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Tra i vicoletti di Chora per ritrovare il fascino dei tempi passati e curiosare tra botteghe di artigiani. Per cena, Το Στέκι του Ντέτζη, piatti tradizionali sotto il pergolato o sul terrazzo.

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Una sera alla venerata Chiesa di Panagia Kanala, nella penombra dorata dell'iconostasi rischiarata dalle candele, per ammirare l'icona miracolosa della Madonna, secondo la tradizione dipinta dall'Evangelista Luca e ritrovata in mare dai pescatori di Kythnos (ma probabilmente attribuibile al pittore cretese post-bizantino Emmanuel Skordilis). Poco oltre c'è Thermiotissa, giovane taverna con stupendo affaccio sulla baia di Kanala.

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Attraverso il manto di case bianche di Dryopida fino alle scenografiche grotte di Katafiki, che furono riparo dai pirati, miniere e luogo di culto. Al tramonto da Arodou Seafood Tavern sull'appartato porticciolo di Aghios Stefanos, pesce fresco tra file di luci a un metro dall'acqua.

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Kolona beach, la spiaggia da cartolina che compare in tutti i blog di Kythnos. Personalmente meno suggestiva di altre, sarà forse per l'affollamento di bagnanti e yacht già dalla mattina. Meglio salire a un certo punto sul promontorio dell'isoletta fino alla cappella di Agios Loukas e vedere tutto dall'alto.

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Pranzo alla taverna Phlampouriotis di fronte alla chiesa di Panagia Flambouriani e a due passi dal mare, niente pesce ma solo carne in un locale a gestione famigliare (dove vi potrà capitare di incontrare in sala la mamma della proprietaria che prepara le tradizionali polpette). Poi la siesta all'ombra del cipresso sul sagrato della chiesa di Panagia Flambouriani, prima di immergersi nelle acque verde smeraldo di Paralia Flambouria​.

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Libri in viaggio 

Corrado Augias, Questa nostra Italia

Ferdinando Scianna, Incontro con fotografi illustri

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Quando

Soggiorno: una settimana di fine Giugno 2026

Calendario: il 23 Agosto, tradizionale Panigiri con canti e balli nel sagrato della Panagia Flambouriani

Sguardo sull'isola

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