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​Ho trovato in un punto dei quaderni di Gideon la descrizione delle malattie che la scienza medica non ha ancora classificato; fra esse c'era l'islomania, descritta come una rara e sconosciuta pena dell'animo. «Ci sono uomini», spiegava in questo caso Gideon, «che ritengono in qualche modo le isole irresistibili, la conoscenza che riescono a ottenere di qualcuna di esse, di questi piccoli mondi circondati dal mare, li colma di un’indescrivibile ebbrezza. Questi insulomani (istomanes) nati», aggiungeva, «sono diretti discendenti degli Atlantidi (Atlanteans) e il loro subcosciente anela all'esistenza insulare.”   

 

[P. Matvejević, Breviario Mediterraneo]

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Il Mediterraneo come deposito di miti e di archetipi, palcoscenico di dramma e di sogno. Le sue isole sono polarità, luoghi di confino o di rifugio. Ci si può smarrire del tutto o ritrovarsi definitivamente. Catalizzano sensazioni e connettono con i recessi più bui e le cime più luminose dell'anima. Dinamizzano energie potenziali sconosciute e producono ibridazioni imprevedibili, sono capaci di evocare in egual modo gli dei degli inferi e del cielo. In esse, per così dire, si avvertono più profondamente la propria consistenza e il senso del sublime, le linee di confine e di tensione tra gli elementi, il limite del mondo e, suo opposto, l'infinito dell'universo.

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Dal viaggio mediterraneo alla materia scolpita e allo spazio abitato
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